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Titta Marini, poeta dialettale e anticonformista di natura, ha da sempre incuriosito tutti quelli che lo hanno conosciuto personalmente,
o apprezzato attraverso i suoi libri. Compreso l’amico Vincenzo Cardarelli che lo descriveva così: “Tre quarti di buttero e un
quarto di poeta…”. A Tarquinia è parte del colore locale: componeva le poesie dove capitava, declamandole dovunque e a chiunque;
i suoi epigrammi fulminanti sono dipinti a caratteri cubitali sulle pareti esterne dei casali, sui pilastri dei cancelli.
La sua filosofia di vita, fortemente maremmana, è sintetizzata nell’epigramma: “Magnete tutto e dove arrivi, arrivi/ ma per lo meno,
finché campi, vivi”...
Giovan Battista Marini, detto Titta, nacque a Tarquinia, l’allora Corneto, primo di tre figli, la sorella minore morì in tenera età.
Alla morte del padre il capitale fu diviso tra i due figli e Titta, pigro convinto, vendette la propria parte.
Quattrini in mano e nessuna voglia di lavorare, si diede alla bella vita ma il denaro non durò a lungo e alla fine si trovò proprietario
solo di un somaro, "Sor Luigi", e alcuni orti che aveva dato a mezzadria. La sua pigrizia era proverbiale.
Apolitico, prese in giro tutti i partiti compreso il fascista durante il ventennio. Fondò il “Fronte dell'Ozio” i cui componenti si
chiamavano Ozzziosi, con tre zeta. Le trovate balzane del gruppo attirarono l'attenzione della stampa internazionale e della Roma che contava,
tanto che si trasferì nella capitale divenendo personaggio di spicco nei principali salotti.
Durante quel periodo, Titta Marini ricevette prestigiosi riconoscimenti accademici: nel 1963 gli fu conferito in Campidoglio il "Lauro Tiberino",
unico poeta dialettale dopo Gioacchino Belli; vinse anche il premio "Roma" per le poesie sia in vernacolo che in lingua;
nel 1976 fu ammesso all'Accademia Culturale d'Europa.
Irrequieto come sempre, si stancò anche di Roma e del successo e a metà degli anni sessanta tornò a Tarquinia.
Negli ultimi anni della sua vita è stato fiaccato da malattie e numerosi interventi chirurgici, morì il 25 luglio del 1982.
Dedicò a se stesso questo epitaffio: “O passeggero, qui fra tanta quiete/ ‘sto morto senza er nome su ‘sta targa/ volenno,
armeno adesso, un po’ de requie/ prega li vivi de passà a la larga” ma, suo malgrado o con suo piacere non confessato,
alla larga non gli gira nessuno.
- A la suocera: “Da quanno che mi’ socera qui giace/ lei …nu’ lo so, ma io riposo in pace”
- Attenti ar bacio: ”Se baciate la donna, state attenti/ perchè dietro le labbra cià li denti”
- Ad Ava: “Qui s’ariposa Ava/ che se vestiva quanno se spojava”
- Ar cavajere: “Fu fatto pe’ la moje cavajere;/ terra e corna je siano leggere”
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